Molte persone associano gli screening oncologici soprattutto all'età adulta, dimenticando che restano rilevanti anche superati i 65-70 anni. Allo stesso tempo, però, le raccomandazioni non sono semplicemente "continuare a vita": con l'avanzare dell'età, la valutazione di quali controlli fare, e con quale frequenza, cambia in base a fattori che vanno oltre la sola età anagrafica. Vediamo cosa prevedono i programmi italiani e cosa dice la comunità scientifica.
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In Italia, lo screening mammografico organizzato copre generalmente le donne tra i 50 e i 69 anni, con mammografia ogni due anni; diverse Regioni lo estendono fino ai 74 anni, sempre con cadenza biennale. Lo screening del colon-retto, rivolto a donne e uomini, copre generalmente la fascia 50-70 anni (fino a 74 in alcune Regioni), con la ricerca del sangue occulto nelle feci ogni due anni. Per il tumore della prostata, invece, non esiste un programma di screening organizzato: il test del PSA resta oggetto di dibattito scientifico per l'alto rischio di sovradiagnosi, ed è generalmente sconsigliato come esame di routine dopo i 70 anni in assenza di sintomi. In generale, oltre una certa età, la decisione su quali screening proseguire tiene conto anche dell'aspettativa di vita e delle condizioni di salute complessive della persona, non solo dell'età anagrafica.
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Il programma nazionale di screening mammografico prevede una mammografia bilaterale ogni due anni per le donne tra i 50 e i 69 anni. Diverse Regioni italiane hanno esteso, con risorse proprie, l'invito attivo anche alla fascia 70-74 anni, sempre con cadenza biennale, mentre oltre i 74 anni generalmente non viene inviato un invito attivo, ma resta possibile, in alcune Regioni, aderire spontaneamente contattando il centro screening di riferimento.
La ragione di questo limite di età non è arbitraria: gli studi disponibili mostrano che nella fascia 50-69 anni la mammografia riduce la mortalità per tumore al seno di circa il 22%, un beneficio significativo. Nelle donne più anziane, il bilancio tra vantaggi e rischi diventa più delicato, perché aumenta la probabilità di individuare tumori a crescita talmente lenta da non arrivare mai a dare sintomi nel corso della vita residua della persona (un fenomeno noto come sovradiagnosi), semplicemente perché aumenta, con l'età, anche la probabilità di morire per altre cause.
Lo screening per il tumore del colon-retto, rivolto sia alle donne sia agli uomini, prevede generalmente la ricerca del sangue occulto nelle feci (test SOF) ogni due anni, per la fascia di età 50-70 anni, estesa fino ai 74 anni in alcune Regioni. In caso di positività al test, la persona viene invitata a un approfondimento di secondo livello tramite colonscopia, per verificare la presenza di lesioni precancerose o di tumori in fase iniziale.
A differenza del seno e del colon-retto, per il tumore della prostata non esiste, nella maggior parte dei Paesi europei (Italia inclusa), un programma di screening organizzato rivolto all'intera popolazione maschile. La ragione principale è che il test del PSA (l'antigene prostatico specifico), pur potendo contribuire a individuare precocemente la malattia, presenta un tasso elevato di risultati falsamente positivi e un rischio concreto di sovradiagnosi: il tumore alla prostata, in una parte significativa dei casi, cresce così lentamente da non compromettere mai la salute della persona nel corso della sua vita, ma una volta rilevato un valore fuori norma, la tendenza è spesso quella di procedere con accertamenti invasivi, anche quando un approccio di sorveglianza attiva (la cosiddetta "vigile attesa") potrebbe essere più appropriato.
Per questo motivo, le linee guida attuali non raccomandano il test del PSA come esame di routine in assenza di sintomi, ma suggeriscono che la decisione di sottoporsi al test venga presa individualmente, dopo un colloquio informato con il proprio medico su rischi e benefici. Secondo le linee guida della Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) del 2024, il test può essere proposto a uomini con un'aspettativa di vita media di almeno 10 anni e in assenza di comorbidità significative, generalmente tra i 50 e i 75 anni; oltre i 70 anni, in particolare, diverse linee guida regionali sconsigliano il test a scopo puramente preventivo per la mancanza di evidenze di efficacia in questa fascia di età nei soggetti senza sintomi. Alcune Regioni italiane, come la Lombardia, hanno comunque avviato programmi pilota di screening organizzato che combinano il PSA con la risonanza magnetica multiparametrica, seguendo una raccomandazione del Consiglio dell'Unione Europea del 2022, proprio con l'obiettivo di ridurre il rischio di sovradiagnosi e sovratrattamento.
Un concetto centrale nella medicina geriatrica, valido per tutti i tipi di screening oncologico, è che il beneficio di un esame di prevenzione dipende non solo dalla probabilità di trovare un tumore, ma anche dal tempo che la persona ha davanti a sé per poterne beneficiare, e dal rischio che la ricerca stessa comporti in termini di accertamenti invasivi, ansia e sovratrattamento. Per questo motivo, superata una certa età, la scelta di proseguire, modificare o sospendere uno screening dovrebbe essere il risultato di una valutazione condivisa con il proprio medico, che tenga conto dell'aspettativa di vita, delle condizioni di salute generali e delle preferenze della persona, più che di un'età limite valida in modo identico per tutti.
Il programma nazionale organizzato copre generalmente fino ai 69 anni, esteso fino ai 74 anni in diverse Regioni. Oltre questa età, la decisione andrebbe valutata individualmente con il proprio medico, tenendo conto delle condizioni di salute generali.
Perché il test del PSA ha un alto tasso di falsi positivi e comporta un rischio significativo di individuare tumori a crescita molto lenta che non avrebbero mai causato problemi di salute, esponendo la persona ad accertamenti e trattamenti spesso non necessari.
Non come esame di routine in assenza di sintomi, soprattutto dopo i 70 anni. La decisione va sempre discussa con il proprio medico, che valuterà l'aspettativa di vita, le condizioni di salute generali e l'eventuale presenza di sintomi specifici.
La persona viene invitata a un approfondimento di secondo livello, generalmente una colonscopia, per verificare la presenza di lesioni precancerose o di un tumore in fase iniziale.
Perché con l'avanzare dell'età aumenta il rischio di sovradiagnosi, cioè di individuare condizioni che non avrebbero mai causato problemi nel corso della vita residua della persona, mentre il beneficio reale in termini di riduzione della mortalità tende a ridursi. Per questo la decisione va sempre personalizzata.
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