Osteopenia e osteoporosi vengono spesso usate come sinonimi, ma non lo sono: si tratta di due fasi diverse di uno stesso processo di indebolimento osseo, con implicazioni molto diverse sul rischio reale di frattura. Capire questa distinzione è importante, perché l'osteoporosi in particolare è una malattia che, nella maggior parte dei casi, non dà alcun sintomo fino al momento in cui si verifica la prima frattura.
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L'osteopenia è una condizione di densità minerale ossea inferiore alla norma, ma non ancora così bassa da essere classificata come osteoporosi: rappresenta una fase intermedia, un campanello d'allarme che precede l'osteoporosi vera e propria. L'osteoporosi è invece una malattia scheletrica sistemica, caratterizzata da una riduzione più marcata della densità ossea e da un'alterazione della struttura interna dell'osso, che comporta un rischio di frattura significativamente più alto, anche in seguito a traumi minimi. Entrambe le condizioni si misurano con lo stesso esame, la densitometria ossea, ma solo l'osteoporosi comporta un rischio di frattura clinicamente rilevante nel breve-medio termine.
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La densitometria ossea (esame DEXA o MOC) è l'esame di riferimento per diagnosticare sia l'osteopenia sia l'osteoporosi. Il risultato viene espresso come T-score, un valore che confronta la densità ossea della persona esaminata con quella media di un giovane adulto sano dello stesso sesso.
Indica una densità ossea normale, con un rischio di frattura minimo legato specificamente alla massa ossea.
Indica osteopenia: la densità ossea è inferiore alla norma, ma non ancora abbastanza bassa da essere classificata come osteoporosi. Chi si trova in questa fascia ha un rischio maggiore di sviluppare osteoporosi in futuro, ma il rischio di frattura immediato resta generalmente più contenuto.
Indica osteoporosi: il rischio di frattura, anche per traumi di lieve entità, aumenta in modo significativo rispetto a chi ha osteopenia o densità ossea normale.
Una delle caratteristiche più importanti, e più pericolose, dell'osteoporosi è che nella maggior parte dei casi non provoca alcun sintomo evidente. L'esordio clinico coincide spesso direttamente con il primo evento fratturativo: una persona può avere ossa già significativamente indebolite senza saperlo, fino al momento in cui una caduta, o anche un movimento banale, provoca una frattura. In alcuni casi, per patologie ossee particolarmente avanzate, può accadere che non sia la caduta a causare la frattura del femore, ma sia l'osso stesso a cedere sotto il normale peso corporeo, causando poi la caduta come conseguenza e non come causa.
Quando compaiono, i segnali più comuni includono dolore persistente alla schiena o all'anca, una progressiva perdita di altezza, un aumento della curvatura della colonna vertebrale (cifosi), e nei casi più avanzati, in seguito al collasso di più vertebre, anche difficoltà respiratorie legate alla riduzione dello spazio disponibile per i polmoni.
Le fratture da fragilità legate all'osteoporosi possono coinvolgere in teoria qualunque distretto scheletrico, ma le più comuni riguardano tre zone specifiche: la colonna vertebrale, il femore prossimale (il collo del femore), e il polso. La frattura del femore, in particolare, è tra le più temute nella popolazione anziana per le conseguenze che può avere sulla mobilità e sull'autonomia futura della persona.
Il calo degli estrogeni dopo la menopausa accelera significativamente la perdita di densità ossea, perché questi ormoni giocano un ruolo importante nel mantenimento della massa scheletrica. Il rischio è particolarmente elevato nei primi anni successivi alla menopausa.
Con l'avanzare dell'età, il processo naturale di rinnovamento osseo rallenta, e le ossa diventano progressivamente più sottili e fragili, sia negli uomini sia nelle donne, anche se con un'incidenza diversa tra i due sessi.
Una storia familiare di frattura del femore o di fratture vertebrali è un elemento clinico che aumenta il sospetto di rischio, anche in assenza di altri sintomi.
Alcuni farmaci, tra cui i glucocorticoidi, gli immunosoppressori e alcune terapie ormonali utilizzate per il carcinoma della mammella o della prostata, possono alterare la struttura ossea e aumentare il rischio nel tempo.
Le principali linee guida cliniche indicano l'esame come appropriato per le donne sopra i 65 anni e per gli uomini sopra i 70 anni, per le donne in menopausa che presentano altri fattori di rischio, e per chiunque abbia già subito una frattura da fragilità, indipendentemente dall'età. Lo specialista può comunque valutare la necessità dell'esame anche in assenza di sintomi, sulla base della storia clinica e familiare della persona.
Nonostante l'osteoporosi sia una condizione diagnosticabile e in parte trattabile, i dati clinici indicano che meno del 50% delle persone ad alto rischio di frattura riceve effettivamente una terapia farmacologica specifica. Questo divario tra diagnosi e trattamento ha conseguenze sociali rilevanti, legate alle complicanze delle fratture da fragilità, in particolare negli anziani.
La gestione dell'osteoporosi e la prevenzione della sua progressione dall'osteopenia si basano su un duplice obiettivo: rallentare la perdita di massa ossea e ridurre il rischio concreto di frattura. Le scelte terapeutiche variano molto in base alla gravità della condizione, al profilo di rischio individuale e alla presenza di fratture pregresse, e vanno sempre definite con il proprio medico o uno specialista. Accanto a un eventuale trattamento farmacologico, uno stile di vita che comprenda un'alimentazione equilibrata, un'attività fisica regolare e adeguata alle proprie condizioni, e l'astensione da fumo e da un consumo eccessivo di alcol, resta un elemento di supporto importante nella gestione della salute ossea.
Non necessariamente. L'osteopenia aumenta il rischio di sviluppare osteoporosi in futuro, ma un intervento tempestivo, anche solo attraverso lo stile di vita o un trattamento mirato quando indicato dal medico, può rallentare o in alcuni casi evitare questa evoluzione.
L'unico modo affidabile è sottoporsi a una densitometria ossea (DEXA o MOC), soprattutto se si rientra nelle categorie a maggior rischio: donne sopra i 65 anni, uomini sopra i 70 anni, donne in menopausa con altri fattori di rischio, o chiunque abbia già avuto una frattura da fragilità.
La differenza si basa sul T-score della densitometria ossea: tra -1 e -2,5 si parla di osteopenia, una fase intermedia con rischio di frattura più contenuto; sotto -2,5 si parla di osteoporosi, con un rischio di frattura significativamente più alto anche per traumi minimi.
Le più frequenti riguardano la colonna vertebrale, il femore prossimale e il polso. La frattura del femore è considerata particolarmente critica negli anziani per il suo impatto sulla mobilità e sull'autonomia successiva.
Uno stile di vita sano (alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, niente fumo e consumo limitato di alcol) è un elemento di supporto importante, ma non sostituisce una diagnosi tempestiva tramite densitometria ossea né, quando necessario, un trattamento specifico indicato dal medico.
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