Non è raro che un anziano con più patologie croniche si ritrovi, nel corso degli anni, ad assumere una decina di farmaci diversi, spesso prescritti in momenti diversi da specialisti diversi, senza che nessuno abbia mai rivisto l'elenco completo nel suo insieme. Questo fenomeno, chiamato polifarmacia, è spesso necessario per gestire condizioni multiple, ma comporta rischi concreti che meritano attenzione, sia da parte della persona che assume i farmaci sia da parte di chi se ne prende cura.
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La polifarmacia (o politerapia) indica l'assunzione regolare e simultanea di 5 o più farmaci diversi; quando il numero supera i 10, si parla di iperpolifarmacia. È un fenomeno molto diffuso tra gli anziani: a livello globale riguarda circa il 39% delle persone anziane, con una prevalenza più alta negli over 70, nelle regioni più sviluppate e nelle strutture residenziali. I rischi principali includono interazioni tra farmaci, effetti collaterali più frequenti, un aumento del rischio di cadute e di ricoveri ospedalieri evitabili. La gestione più efficace prevede una revisione periodica e completa di tutti i farmaci assunti, compresi quelli da banco e gli integratori, con l'obiettivo di eliminare ciò che non è più necessario.
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Per polifarmacia si intende convenzionalmente l'assunzione quotidiana e cronica di almeno 5 principi attivi diversi. Non riguarda solo i farmaci prescritti dal medico, ma dovrebbe includere anche i farmaci da banco (OTC), i prodotti fitoterapici e gli integratori alimentari, che vengono spesso trascurati quando si fa il conto dei farmaci realmente assunti, ma che possono comunque interagire con le terapie principali.
Con l'avanzare dell'età aumenta la probabilità di convivere con più patologie croniche contemporaneamente (una condizione nota come multimorbilità), il che rende spesso necessario l'uso di più farmaci in parallelo. A questo si aggiunge un fenomeno frequente in ambito clinico: un farmaco può causare un effetto collaterale che viene interpretato come una nuova malattia, anziché come conseguenza della terapia in corso, portando alla prescrizione di un ulteriore farmaco per trattare quello che in realtà è un effetto indesiderato del primo. Questo meccanismo, noto come prescrizione a cascata, è una delle cause meno visibili ma più significative dell'aumento progressivo del numero di farmaci assunti da una persona anziana nel tempo.
Più farmaci si assumono contemporaneamente, più aumenta la probabilità che interagiscano tra loro in modo clinicamente rilevante, riducendo l'efficacia di una terapia o amplificando gli effetti collaterali di un'altra.
Il corpo di una persona anziana metabolizza ed elimina i farmaci più lentamente rispetto a un adulto più giovane. Questo significa che le sostanze tendono ad accumularsi più facilmente nell'organismo, aumentando il rischio di effetti tossici anche a dosaggi che in altre fasi della vita sarebbero stati ben tollerati.
Ogni farmaco aggiuntivo assunto da una persona anziana è associato, secondo i dati disponibili, a un aumento di circa l'8% del rischio di caduta, un dato che diventa particolarmente rilevante quando il numero di farmaci assunti cresce nel tempo.
Una quota significativa dei ricoveri ospedalieri delle persone anziane, stimata intorno al 27,7%, è legata a problemi farmacologici che, con una gestione più attenta della terapia, sarebbero stati potenzialmente evitabili.
La polifarmacia è stata associata anche a un peggioramento delle capacità funzionali quotidiane e a un possibile deterioramento cognitivo, oltre a un aumento generale del rischio di mortalità nella popolazione anziana più fragile.
Ricordare orari, dosaggi e combinazioni corrette diventa progressivamente più difficile man mano che il numero di farmaci aumenta, soprattutto in presenza di un calo delle capacità cognitive o della vista. Errori di assunzione, dimenticanze o sovrapposizioni involontarie di dosi sono un rischio concreto quando la gestione della terapia ricade interamente sulla persona anziana, senza un supporto esterno strutturato.
La deprescrizione è il processo, guidato dal medico o da un farmacologo clinico, mirato a ridurre il carico farmacologico complessivo di una persona, eliminando i farmaci non più necessari, ridondanti o potenzialmente più dannosi che utili nella situazione clinica attuale. Non significa interrompere autonomamente una terapia, ma rivedere sistematicamente, con il supporto di un professionista, se ogni farmaco assunto è ancora realmente appropriato per la persona.
Gli studi disponibili indicano che una revisione completa della terapia, che includa un colloquio diretto tra un farmacista o farmacologo clinico e il paziente (o il suo caregiver), è significativamente più efficace nel ridurre i ricoveri ospedalieri non programmati rispetto a una semplice revisione superficiale dell'elenco dei farmaci, che da sola non produce benefici misurabili. Esistono inoltre strumenti di supporto alla prescrizione, come i Beers Criteria (aggiornati periodicamente con elenchi di farmaci potenzialmente inappropriati per gli anziani) e sistemi digitali come INTERCheck, sviluppato dall'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, utilizzati dai professionisti sanitari per individuare interazioni e farmaci a rischio nelle terapie complesse.
Un contributo concreto che i familiari possono dare è mantenere sempre aggiornato un elenco completo di tutti i farmaci assunti dall'anziano, compresi quelli da banco, i fitoterapici e gli integratori, e portarlo a ogni visita medica, anche quando riguarda una condizione apparentemente non collegata alla terapia in corso. È utile inoltre segnalare al medico curante qualunque nuovo sintomo comparso dopo l'introduzione di un farmaco, senza dare per scontato che sia semplicemente legato all'età, e chiedere periodicamente una revisione complessiva della terapia, soprattutto quando i farmaci assunti provengono da specialisti diversi che potrebbero non essere a conoscenza delle rispettive prescrizioni.
È importante non sospendere o modificare mai autonomamente un farmaco prescritto, anche in presenza di effetti collaterali sospetti: qualsiasi modifica alla terapia va sempre concordata con il medico curante.
Convenzionalmente si parla di polifarmacia a partire da 5 farmaci diversi assunti quotidianamente, e di iperpolifarmacia quando il numero supera i 10.
No, in molti casi è necessaria per gestire più patologie croniche contemporaneamente. Il problema non è il numero di farmaci in sé, ma la presenza di farmaci non più necessari, ridondanti o che interagiscono negativamente tra loro, che una revisione periodica può individuare e correggere.
È il fenomeno per cui un effetto collaterale causato da un farmaco viene scambiato per una nuova malattia, portando alla prescrizione di un ulteriore farmaco per trattarlo, anziché rivedere la terapia già in corso.
Il medico di famiglia e il farmacista sono i primi riferimenti. In situazioni più complesse, una revisione approfondita della terapia da parte di un farmacologo clinico, con un colloquio diretto, si è dimostrata particolarmente efficace nel ridurre i rischi legati alla polifarmacia.
No, nessun farmaco andrebbe interrotto o modificato senza il parere del medico curante, anche in presenza di un sospetto fondato: un'interruzione improvvisa può comportare rischi propri, diversi da quelli della polifarmacia stessa.
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